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 Oggetto del messaggio: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: gio, 09 mar 2017 - 12:55 pm 
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Iscritto il: sab, 20 lug 2013 - 11:17 am
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Salve a tutti,
mi chiamo Matteo e ho svolto il mio primo incarico a tempo determinato come assistente sociale per sette mesi in un piccolo comune.
Premetto che, a parte alcuni aspetti come l'eccessiva burocratizzazione e il poter accedere a risorse che di frequente sono determinate da altri per poter dare risposta alle esigenze delle persone, l'idea di fare un lavoro dove si devono incentivare capacità di problem solving e di accompagnamento delle persone verso la risoluzione delle proprie difficoltà, sembra continuare ad attirarmi. Ma nonostante questo e al di là dei riconoscimenti per il lavoro svolto da parte di qualche collega o utente, mi sto chiedendo se sono realmente portato per questa professione. Dico questo perché ci sono stati momenti piuttosto frequenti dove il mio rapporto con questa professione si fa decisamente ansioso e stressante. Nella mia esperienza ho avuto a che fare prevalentemente con sfratti, precarietà economica e tutela minorile e, in tutti i casi, mi è capitato in alcuni momenti di non chiudere occhio per notti intere perché non facevo altro che pensare a come poter rispondere alle esigenze dell'utente, alla paura che quest'ultimo mi aggredisca con violenza e simili. Ammetto che anche il sentirmi improvvisamente addosso delle responsabilità grandi mi abbia intimorito. La fortuna che ho avuto, è stata quella di aver avuto una responsabile con la quale si è creato un rapporto di intesa, dandomi la sensazione di "non sentirmi solo", cosa che ho capito essere per me fondamentale proprio perché non reggerei un lavoro dove si ha quotidianamente a che fare con il brutto della vita e avere al contempo un rapporto freddo con i propri colleghi.
A questo punto, senza andare oltre, mi chiedo questo: è normale avere tutta quest'ansia? Voi come vi rapportate o vi siete rapportati quando avete avuto a che fare con situazioni o utenti particolarmente tosti?
Riuscite comunque a tornare a casa e staccare mentalmente la spina dedicandovi ad altro, senza che il lavoro vi triti 24 ore su 24?
Quali sono per voi gli aspetti che ritenete essere i migliori nel fare questo lavoro?

Grazie!
Matteo


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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: gio, 09 mar 2017 - 6:06 pm 
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Iscritto il: ven, 04 mag 2007 - 10:22 am
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Il discorso è complesso e ci si fraintende facvilmente. Provo a dire la mia.

Il nostro lavoro è a forte contenuto di stress. Di conseguenza chi è vulnerabile per costituzione allo stress fa bene a fare altro.

Ma si può anche imparare a gestire lo stress. Ci sono delle tecniche.

Bisogna però sapere bene di che stress si parla: demotivazione? Insicurezza? Incapacità ad approcciare la complessità? Troppo carico di lavoro? Contesti lavorativi che ostacolano?

Nel mio caso ho imparato subito a "prendere distanza emotiva".

E' poi importante il tempo "compensativo".

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Ugo Albano

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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: gio, 09 mar 2017 - 9:30 pm 
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Apprendista
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Iscritto il: ven, 10 dic 2010 - 3:22 pm
Messaggi: 55
Oltre alla ottima risposta di Ugo posso dire che per me rimane sempre chiaro il duplice mandato: il primo è di ascolto a cui si collega il secondo che si potrebbe definire di senso.
Provo a spiegarmi meglio, siamo una professione che tendenzialmente c'è per ascoltare la sofferenza, quindi è importante che ci sia un professionista che la sappia accogliere; a questo aggiungerei che per le persone che incontriamo non è di nessun aiuto un professionista insicuro e in ansia.

buon lavoro


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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: ven, 10 mar 2017 - 5:39 am 
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Novizio
Novizio

Iscritto il: sab, 04 apr 2015 - 7:26 pm
Messaggi: 175
Bell'argomento!
Credo che se avessi cominciato a svolgere questa professione a 20 anni sarei morta dopo 2 mesi.
A quasi 45 anni anni invece mi sento le spalle abbastanza forti per dire che potrei reggere lo stress di questo lavoro (ma potrei essere smentita alla prova dei fatti!).
Nella mia attuale occupazione, come pedagogista, mi vengono riservati gli eventi che le educatrici ritengono "difficili" quali l'arrivo all'asilo nido di una mamma col labbro rotto, dicendo che è stata colpita dal marito, oppure il colloquio con genitori arrabbiati e pronti a denunciare perchè il bimbo si è fatto male all'interno della struttura educativa. Sono eventi ormai che gestisco con sicurezza e competenza.
Generlamente un tipo di lavoro piano ed ordinario mi annoia, e forse ho bisogno di stimoli continui e di un certo livello di adrenalina per sentirmi attiva e sollecitata: anche per questo voglio fare l'assistente sociale.
Non so se si tratti di una motivazione "nobile" o dicibile. C'è qualche collega che si riconosce in questo?
Scusa Matteo se ho preso spunto dalla tua domanda per considerazioni personali, ma la riflessione che proponi è davvero interessante.


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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: mar, 14 mar 2017 - 10:56 am 
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Dormiente
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Iscritto il: sab, 20 lug 2013 - 11:17 am
Messaggi: 2
Riflettendo sulla risposta che ha dato Ugo, credo di poter dire che nel mio caso l'ansia/stress abbia una duplice origine. La prima è interna e legata probabilmente a caratteristiche personali che vanno al di là del lavoro, ma che quest'ultimo contribuisce in qualche modo a tirarle fuori. Credo che buona parte possa derivare dalla sensazione di sentire sulle proprie spalle il "peso" di tante responsabilità e la necessità di fornire delle risposte adeguate alla persona. Poco onorevole per un aspirante professionista, ma non posso non ammettere ciò! Tuttavia (paradossalmente) il fatto che questa "causa interna" (chiamiamola così) dipenda dalla mia personalità, allo stesso tempo un po' mi tranquillizza perché vuol dire che con la giusta dose di buona volontà, una persona ci può lavorare su e cambiarla, adattandosi al contesto lavorativo nella quale è inserito.
Ma riprendendo la riflessione sull'esperienza fatta fin'ora, potrei azzardare col dire che ci sono state anche altre due cause di stress "esterne", in quanto legate al contesto lavorativo in generale.
La prima di queste ha dipeso probabilmente dal contesto organizzativo dell'ente nella quale ho lavorato. Ricordo che per quanto riguarda le procedure in merito agli sfratti, ho percepito una certa confusione di ruoli e competenze tra il servizio sociale professionale e l'ufficio casa dove quest'ultimo sembrava attribuire anche competenze tecniche o comunque puramente amministrative al servizio sociale, nonostante quest'ultimo si fosse già pronunciato attraverso valutazioni e relazioni e il suo lo aveva già fatto. Questa apparente disorganizzazione, da quel che ho potuto constatare, è dipesa probabilmente anche dalla novità di alcuni problemi sull'abitare che non erano mai stati affrontati prima perché non presenti.
La seconda causa esterna (e questa credo riguardi davvero un po' tutti) è data dalla sensazione che in diverse situazioni, le capacità professionali dipendano molto dalla disponibilità di risorse materiali presenti sul territorio. Un esempio che mi viene in mente è quando si tratta di gestire le situazioni di precarietà economica la cui origine è da ritrovarsi nella disoccupazione cronica. In questo caso, il contributo economico è ovviamente un tampone momentaneo, ma se sul territorio in cui si opera il mercato del lavoro è decisamente ancora più rigido rispetto alle grandi città e non vi sono nemmeno grandi possibilità di fare corsi di formazione professionale adeguati (sia per contenuto che per costi) tali da consentire almeno un minimo di riqualificazione professionale a queste persone, che cosa si può fare?
Quest'ultimo aspetto è quello che in parte mi preoccupa anche di più perché lo percepisco (parlo per sensazione personale) al di fuori dal mio controllo e dalla possibilità di operare per rimuovere questi ostacoli che dipendono, diciamo così, da macro variabili al di sopra delle competenze del singolo professionista.
Spero di essere stato comprensibile in ciò che intendo dire.
In ogni caso, grazie a voi per lo stimolo alla riflessione!


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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: mar, 14 mar 2017 - 6:51 pm 
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Iscritto il: ven, 04 mag 2007 - 10:22 am
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Caro Matteo,

mi sono davvero "gustato" la tua riflessione.

In effetti sono proprio due i livelli, quello individuale e quello di sistema.

Il primo è personale, riguarda il senso di responsabilità, il quale può essere di per se positivo (cioè se corroborato dall'autocontrollo) ma anche negativo (se il "motore" è da ricercare nel senso di colpa). Sul primo è importante lavorarci, anche perchè esso è connesso all'originaria "motivazione alla solidarietà". Già il porti questi quesiti ti fa bene. Nel tempo se ti regali delle supervisioni, cerca di concentrarle proprio su quest'aspetto. L'ansia va bene di fronte all'inesperienza, a regime però è un segnale che va ben compreso.

Il secondo non dipende da noi. Siamo nell'equivoco di fare nostre responsabilità che nostre non sono. Se c'è crisi economica e la gente non ha soldi e va pure in sfratto la colpa (uso non a caso questa parola) NON è nostra. Noi assistenti sociali NON DIAMO le case, i soldi o il lavoro. Semmai facilitiamo i percorsi. Dobbiamo anche accettare che certi non ce la fanno: questo è un fallimento sociale, certo, ma non personale. Ecco, capire questo passaggio ti aiuti a scaricarti dall'ansia. Pena si, compassione pure, dispiacere specialmente, ma ansia no!

Si tratta di sviluppare "corazze emotive" che passano attraverso processi di maturazione. Tu sei già partito col piede buono, perchè ci rifletti e cerchi risposte. Sappi che molti colleghi (ahimè!) quest'operazione non la fanno. Ed infatti combinano guai, specialmente con loro stessi, quasi sempre ammalandosi di burnout.

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Ugo Albano

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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: gio, 16 mar 2017 - 5:01 pm 
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Sono d'accordo. Io mi sono chiesta per anni se fossi adatta... mi sentivo un peso enorme, non tanto perché pensavo al lavoro, quanto perché la mattina appena arrivavo trovavo 10 persone davanti alla porta, mi rincorrevano fino all'auto, sembrava che non potessi prendere un giorno di ferie che le colleghe mi chimavano a casa per qualche urgenza. Ho staccato per 5 anni, complice un trasferimento all'estero per motivi familiari. In questi 5 anni mi sono ripresa, ho fatto una terapia psicologica, ho preso un'altra laurea, mi sono goduta cose che prima sembravano impossibili tipo gestire il mio tempo, prendermi il gusto di passeggiare senza che qualche utente mi abbordasse con casini vari, etc. Ho ricominciato a lavorare da un anno (sia come a.s. che come psicologa) e devo dire che mi sono resa sonto di due aspetti. Uno, che la realtá del servizio sociale italiano in attenzione di base é insostenibile. Nella mia realtña (Spagna) quello che io facevo da sola lo fanno 6-7 operatori, si lavora in equipe, ci sono contesti organizzativi umani (mai mi era accaduto che un responsabile mi chiedesse come mi trovavo sul lavoro e se il mio carico fosse sostenibile....). Poi, c'e' anche un'altra cosa... Quello che vedevo in Italia é che l'operatore é molto solo e responsabilizzato. Anche nel caso di avere, come tem un capo umano, in realtá la relazione é sempre "ti accompagno nella sofferenza", mai "faccio qualcosa per aiutarti". In realtá una volta una collega mi fece notare come nel nostro servizio i casi fossero "di Chiara, di Paola, di Pierino..."... Ma i casi sono del servizio!!! alla fine la persona che "ci mette la faccia" é emanazione dell'ente... Questa percezione (aiutata dalla pratica) mi aiuta ora a staccare davvero, consapevole che la nostra responsabilitá arriva solo fino a un certo punto, ma anche che la persona utente ha una sua responsabilitá (se la persona non vuole cambiare, é inutile che il servizio si accanisca a assisterla). E che c'e' una responsabilitá collettiva del servizio, non si puó pensare che sul singolo uomo ricada l'onere di dare risposte, rispondere al telefono, farsi trovare, avere idee brillanti sul progetto, trovare le risorse, etc.
Poi ci sono delle condizioni oggettive: se mancano i soldi, dovrebbe essere l'ente a "metterci la faccia" e giustificarsi, perché alla fine questo é lavoro dei politici e , se mai, dei capi che prendono dei bei soldoni piú di noi!
Poi: alcune fasce di popolazione sono oggettivamente piú dure di altre, non é lo stesso lavorare con l'abuso che con le case di riposo. Ogni tot anni all'operatore dovrebbe essere permessa una rotazione, di posto, di incarico, di tematica. Io sono stata 13 anni facendo lo stesso e non mi si permetteva cambiare nemmeno la sede!
Ho accettato questo lavoro attuale promettendo a me stessa che lo avrei lasciato il primo giorno che mi fossi vista stare male, ma dopo un anno sono ancora qui (certo ieri ho mandato il CV per una posizione di psicologo dove si guadagna il doppio, intorno mi guardo).
Spero che qui potrai trovare spunti interessanti!
Chiara

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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: ven, 17 mar 2017 - 7:45 am 
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Perfetto, Pallaspina, nulla da eccepire.

Mi permetto solo una "lettura razionalizzante" di quel che dici. Gli agiti cui tu ti riferisci devono stare in un "pensiero organizzativo" dell'Ente. Ciò non c'è, mi pare, e questa carenza mi sembra diffusa un pò dappertutto.

Un motivo c'è (lo scrivo in stampatello): L' INCAPACITA' DEI DIRIGENTI A SAPER GESTIRE IL PERSONALE. Parlo non solo di un management serio, ma pure di un management sociale, per cui tanto abbiamo lottato per avere una Laurea Magistrale apposita.

Su questo portale ho appena finito di scrivere un articolo sull' assistente sociale apicale. Sai la cosa strana? NESSUN commento. Cioè io richiamo il bisogno di avere apicali di servizio sociale competenti per cui c'è un apposito corso magistrale e gli stessi assistenti sociali non si pongono il problema.

Cioè vediamo l'effetto di un management incompetente (l'ansia) e non ne comprendiamo la causa.

Saluti.

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Ugo Albano

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MessaggioInviato: ven, 17 mar 2017 - 5:12 pm 
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Chapeau Ugo. Qui non esiste nessun responsabile che non sia a.s.. Mi sembra anche normale. Come mai uno psicologo non puó dirigere un servizio di medicina, un assistente sociale non puó dirigere un servizio di psicologia e un ragioniere invece puó dirigere un servizio sociale??

Ineccepibile la tua osservazione, e d'altra parte credo che la strada sia lunga perché questa anomalia tutta italiana parte da un vuoto legislativo e da contratti collettivi fatti male.

Per cui mi sembra stupendo che i giovani di oggi si mettano in quella via, mentre la mia generazione ormai non ha piú molta voglia. Che facciano i concorsi per le posizioni organizzative, che rivendichino peró anche un inquadramento apicale che corrisponda alla realtá.

Io tanti anni fa pensai a fare un concorso apicale, avevo anche la laurea magistrale. Peró mi dissero: guarda, non é detto che vai a dirigere il servizio sociale, magari ti mandano ai vigili urbani perché in Comune non ti puoi scegliere il posto, le P-O. sono tutte uguali. Allora no, grazie. Non sto 6 mesi a macinare diritto amministrativo per andare poi ai vigili urbani fosse anche per guadagnare molto di piú.

Un'altra cosa é che NON TUTTI vogliono fare gli apicali. Io, per esempio. Anche ora vedo che il lavoro che vedo fare ai coordinatori non mi piacerebbe. Datemi utenti, pazienti, terapie, equipe, ma non datemi la gestione di gare d'appalto e tutte le beghe dirigenziali.

Peró sí, sono d'accordo, mi sembra giusto che ci sia anche questa opportunitá.

Chiara

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 Oggetto del messaggio: Re: Una professione che mette troppa ansia?
MessaggioInviato: ven, 17 mar 2017 - 5:43 pm 
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Il problema dell'apicalità non è solo quella del "fare il capo".

Il governo di sistema non è solo il "governo del potere": questo fa parte del pensiero taylorista, vecchio e defunto, eppure così stranamente presente in Italia.

Se pensi alla supervisione, al mentoring, alla docenza: sono diverse le strade per "accompagnare" chi aiuta.

Eppure, Pallaspina, io ti vedrei bene con l'elmetto a comandare sui vigili....ahahah

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Ugo Albano

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MessaggioInviato: dom, 19 mar 2017 - 6:08 pm 
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Assolutamente no :mrgreen: quello che mi costa di piú é proprio coordinare gli operatori... che é una buona parte del mio lavoro attuale... lo faccio ma che fatica...


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