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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: ven, 30 nov 2012 - 11:11 am 
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Iscritto il: dom, 01 mag 2011 - 12:12 pm
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:D haha.. va bene allora se lo dici tu..quasi quasi mi convinci...e lo ammetto.

solo che con tutte le tasse pagate, le vicissitudini varie, gli esami e i tirocini...sembrebbe quasi un'ingiustizia!

spero almeno ti sia fatta un'opinione sulla tematica lanciata.

direi di terminare qui la nostra discussione,non credo importi a molti sapere se sono o no ass. sociale.
in bocca al lupo per la tua di carriera comunque.. ciao.


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: sab, 01 dic 2012 - 12:11 pm 
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Iscritto il: mer, 21 set 2011 - 4:47 pm
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ti piace essere un uomo del mistero. secondo me non sei un as. se lo sei, sei molto confuso. comunque sei saccente, tu capisci tutto e gli altro devono sperare di essersi fatti un'opinione sulla tematica, e nel frattempo termini la discussione.

AC


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: sab, 01 dic 2012 - 3:23 pm 
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Iscritto il: dom, 01 mag 2011 - 12:12 pm
Messaggi: 53
cara Annaclara,
davvero non trovo il senso di continuare questa discussione su base personale con attacchi di questo tipo, non si va lontano, ma voglio dare spazio ai tuoi interventi perchè per me è sempre motivo per imparare.

se ho terminato la discussione, è perchè la collega che ha chiesto aiuto sta affrontando delle problematiche serie nel suo lavoro e noi dalle nostre comode tastiere parliamo invece delle nostre curiosità personali.mi sembra una mancanza di rispetto nei suoi confronti che vive e degli altri che si sono impeganti a rispondere.

quindi ti inviterei a scrivermi in privato e conoscerci. posso cosi chiarirti le tue curiosità purchè pertinenti...e non invasive o giudicanti e magari scoprire tante cose di noi.

aldilà di ciò non ho avuto problemi in passato su questo forum a parlare di me se lo ritengo importante per il topic

io vorrei dirti che prendo molto seriamente quello che hai scritto. c'è sicuramente del vero e se mi hai vissuto come saccente significa che i miei interventi hanno avuto dei limiti nella comunicazione/sostanza e guarda che ti ringrazio davvero per me è tutto materiale di auto-analisi.prendo atto e faccio un passo indietro.

vorrei dire che la mia intenzione era discutere di qualcosa, con un tono forse un pò politico, nel senso di messa in circolo di determinati argomenti che da un pò cerco di approffondire.
per smuovere un pò le acque..un pò arrabbiato da quello che sta succedendo a livello governativo professionale ecc. niente di personale contro nessuno.
personalmente sento molta tensione, pericolo..ma questo è come intendo un pò io la professione e la situazione italiana in questo momento, non necessariamente mi aspetto che lo stesso sentano i miei colleghi disoccupati e non....anche se bisognerebbe fare gruppo e agire secondo alcuni principi per tutti.

certo giustamente questo non giustifica che io non appaia saccente o no per cui grazie, farò tesoro.

confuso. ebbene anche qui non ti sbagli mica. sono confuso da una vita professionalmente...
ma per me la confusione non è solo negativa. anzi.
mi spinge a ricominciare, a cambiare il percorso professionale... vedendo molti interventi nel forum ci sono tante situazioni simili alla mia.
questo è il mio personale modo di vivere la mia carriera professionale, in maniera ecclettica. passare dalla sociologia alla psiconanalisi, vivere in italia, lavorare all'estero, fare volontariato prendermi lauree.

rinunciare al progetto originale per poi magari tornarci con più risorse o esperienze....iinsomma.

non penso sia come traspare dalle tue parole un motivo per sminuire o perdere una parte di identità. anzi.
certo ci sono dei costi di cui sono consapevole, delle lacune in tutte le scelte d'altronde.
non ho come più volte dichiarato anche negli interventi sopra un'esperienza da asS. SOC. di base,...è pur vero che se dovessi lavorare a fianco nella loro quotidianeità, con persone per esempio che sono intervenute in questo dibattito o al tuo fianco magari, emergerebbero moltissime mie personali mancanze..
ma posso recuperare se lo vorrò, sno ancor giovane :)

vedo che per te è estremamente importante, ma io non voglio identificarmi in un ruolo.
pedagogista, counsellor, assistente sociale e specialista, diritti umani, sociologo educatore professionale ecc..sono dei titoli.in italia poi....
titoli importanti, certo, che ho conseguito..ma che rappresentano solo in parte un modo per crescere professionalmente.
è molto complesso e stimolante crearsi poi un profilo professionale. ma penso che ci sia del tempo per ogni fase della vita e soprattutto....

dai periodi di confusione sono sempre nate esperienze di svolta professionale.

ora continuare questi discorsi mi sembra davvero fuoriluogo in questo topic.

ma spero di aver contribuito e che questa sia un occasione per conoscerci meglio, lo dico sinceramente.
a presto.


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: sab, 01 dic 2012 - 6:15 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
Messaggi: 252
una cosa su cui stavo riflettendo e che non possiamo trascurare é la differenza di genere. La nostra professione in questo senso fa scuola, nel senso che storicamente é composta da donne e secondo me non é casuale il fatto che sia una professione un pó "Cenerentola", se pensiamo agli stereotipi di genere nei quali ci ha instradato la nostra socializzazione (donna dipendente, secondaria all'uomo, ruolo di cura, ecc.). Ora, quello che una volta mi fece notare una collega anziana é che gli uomini all'interno della nostra professione si pongono in evidenza, nel bene e nel male. Nel bene perché spesso sono proprio loro a portare avanti visioni critiche, nel male perché a volte alcuni di loro (alcuni) esprimono grosse rigiditá... che rappresentano "alibi" per non collaborare. ad esempio, in un'equipe (parlo di esperienza personale, relativa a un collega che era davvero ostacolante da una parte ma, dall'altra, aveva quell'autorevolezza verso altre professioni, politici ecc. che spesso manca a noi donne a.s.). Ora, mi chiedo se Davide non possa essere stato vissuto cosí? :D Io spezzo una lancia in suo favore, in quanto secondo me, ben venga essere critici verso la propria stessa professione. Perché no, soprattutto se le critiche sono (almeno in parte) fondate? Io sono intervenuta spesso per sentirmi dire da alcuni che "questa é la mia visione", che "per loro é bellissimo", ecc. Senza sottolineare che "per me é bellissimo" spesso é affermato da colleghi neo-laureati, che quindi non hanno ancora toccato con mano l'operativitá (se non in tirocinio, che é ancora un'esperienza troppo parziale), vi assicuro che dopo alcuni anni di operativitá sono pochi gli a.s. per cui "rimane bellissimo". Oserei dire quasi nessuno, se si eccettuano casi atipici che sono l'eccezione alla regola, spesso perché hanno un'area di lavoro speciale (non so, il centro adozioni e basta, oppure il consultorio, aree insomma dove spesso si toccano argomenti piú "leggeri" o quantomeno piú interessanti e meno burocratizzati del classico lavoro distrettuale di base) o magari insegnano all'universitá (ho conosciuto docenti che si presentano come a.s. e poi scopri che hanno lavorato tot anni come infermieri e poi sempre come psicoterapeuti... di servizio sociale hanno toccato solo la pergamena del titolo di assistente sociale che hanno conseguito nel frattempo e MAI usato...). La cosa che mi ha originato piú rabbia, riflettendo dopo che avevo lasciato il lavoro e deciso di fare scelte diverse, é stata che per ANNI i colleghi hanno fatto sentire me e altri INADEGUATI al ruolo. Ho pensato di aver vinto quando finalmente mi sono guardata dall'esterno e ho capito che non ero io inadatta al ruolo di a.s., ma... era lui che era inadatto a me. É diverso. Ora, quel collega uomo di cui parlavo sopra ha sempre fatto notare a tutto il gruppo che é un pó rischioso che la categoria degli a.s. valuti positivamente i suoi membri che sono piú "adattabili, flessibili, resilienti, eroici"... non so se rendo l'idea. Testuali parole: "sembra che l'a.s. bravo sia quello che SOFFRE". No, diceva lui, scrolliamoci di dosso quest'aura di martiri e cominciamo a pensare che rivendicare alcuni status non é vergognoso, anzi!!! A volte leggere commenti gio neo-a.s. quali: "questa professione si sceglie per MISSIONE...", "non ci deve muovere il SOLDO come prima cosa"... lo trovo un pó pericoloso.... piú che mai alla luce dell'attuale scenario politico-sociale italiano, dove ormai nel sociale si trova manodopera gratis perché? perché noi stessi alimentiamo l'opinione che per svolgere questo lavoro é necessaria soprattutto tanta buona volontá, buon senso.... poi ci buttiamo a fare masters costosissimi e completamente inutili, quando altre professioni mettono in saccoccia competenze che spendono senza grossi problemi sul mercato del lavoro ... Io spero che questa mia analisi non venga presa male, ma 12 anni dentro la professione, studio e formazione, esperienza di vita all'estero e una ulteriore formazione-altra mi hanno fatto apparire questo fenomeno... non so, faccio un esempio: un a.s. attuale viene formato per lavorare in un Welfare che agli atti NON ESISTE PIÚ; studia un diritto sul quale il giurista ne sa ben piú di lui; studia una sociologia della quale il sociologo ne sa ben piú di lui; non parlaimo della psicologia perché, lasciando da parte l'ambito piú clinico (che non ci interessa, va bene, é arido, brutto ecc. ma lí gli psicologi ci vanno a nozze, qui in Spagna con la crisi che c'e' i miei compagni di corso che stanno finendo ora aprono un ambulatorio dopo tre mesi dalla laurea e qualcosa fanno, certo non si arricchiranno ma almeno non stanno a piangere che non sfruttano il titolo, e qui chiudo parentesi), io ho avuto una grossa crisi di identitá quando mi sono confrontata con corsi di psicologia sociale che potevano dare dei punti a molti esami che ho dato alla facoltá di servizio sociale. E ho avuto un pensiero perverso: mica andrá a finire che pure lo psicologo sociale ci ruberá il lavoro??? :shock:
Poi prende il famigerato titolo e va a fare un master in mediazione familiare (quando tutti gli psicoterapeuti e ormai gli avvocati del circondario hanno fior di contatti in termini di mediazione) o, magari, di metodo Tavistock per l'osservazione dei bambini (???), che sí, in USA fanno gli a.s., ma perché lí il nostro ruolo é totalmente diverso, per capirci lí l'a.s. fa anche terapia.... Bello, bellissimo, meraviglioso, ma poi??? che ci fai??? al massimo lo usi come surplus alle tue competenze nella sfigata operativitá quotidiana dell'ente pubblico, dove i dirigenti ti dicono chiaramente che tu che ti fai il mazzo tanto guadagni esattamente come il collega che scalda la sedia, anzi, facessi anche tu un pizzichino meno, a volte scocceresti meno e saremmo tutti piú contenti... e lo dico per esperienza vissuta, eh....
Non pensate che ci sia perlomeno QUALCOSA che non va e che forse di potrebbe cercare di modificare?


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: lun, 03 dic 2012 - 9:29 am 
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Iscritto il: mer, 01 dic 2010 - 4:03 pm
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ciao a tutti..
per davide: io credo che il tuo intervento sia stato molto importante e utilissimo.
per pallaspina: oh, si, come ti condivido...ma come la si cambia questa mentalità?


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: lun, 03 dic 2012 - 10:27 am 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
Messaggi: 252
Non lo so, Tabellina.... credo che se non si cambia dal basso come categoria generale, non si cambia... la sociologia ci insegna che non sono le leggi a far cambiare la cultura, ma é la cultura a produrre le leggi... la realtá sociale é costruita, non é statica e oggettiva. Una buona cosa potrebbe essere che i giovanissimi laureati cominciassero a emigrare all'estero come giá fanno da anni i tecnici. Formarsi altrove e poi magari tornare e portare nuove esperienze e nuove prassi. Per esempio. Ma questa é solo una tessera del puzzle. E chi se ne va poi difficilmente ha voglia di tornare, perché alla fine sta troppo bene dove sta! se mi viene qualche altra idea te la dico!


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: lun, 03 dic 2012 - 4:15 pm 
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Iscritto il: ven, 04 mag 2007 - 10:22 am
Messaggi: 1735
Località: Forlì
Eh, la variabilità di genere nel lavoro è un bel tema. Esistono infatti aspetti professionali "intercambiabili", ma anche prerogative che sono invece tipiche dei maschi ed altre tipiche delle femmine.

Ma è un tema spinoso. Basti pensare che qualche sociologo del lavoro ci ha pure teorizzato, ma non è facile parlarne. Io ci provo "di passaggio" nelle mie formazioni sull'autoimprenditoria, ma ogni volta scatta (con una platea femminile) la ribellione.

E' che ci si fraintende su queste cose. Da una parte è giusto avere gli stessi diritti, d'altra parte è saggio accettare che - in termini prettamente psicologici - maschi e femmine sono diversi. Per esempio rispetto al potere o al servizio, rispetto all'ascolto o alla direttività.

Lo stesso "aiuto", che è il nostro campo, richiede sia normatività (tipicamente maschile) sia accoglienza (tipicamente femminile).

Pure le neuroscienze ci dicono che, se al maschio funziona meglio il lobo sinistro (quello razionale), alle femmine funziona meglio quello destro (quello creativo).

Si può parlare di "aiuto maschio" e di "aiuto femmina"? C'è un parallelo tra la genitorialità (maschile/femminile) e l'aiuto? Secondo me si.

E' come tra marito e moglie: più che dire che siamo intercambiabili, forse è meglio riconoscere che certe cose riescono meglio ai maschi ed altre alle femmine.

Anche il modo di articolare il pensiero (che è l'operazione che interviene scrivendo su questo forum) è così: noi maschi siamo "seriali", voi femmine "trasversali", noi seguiamo il "cosa" si dice, voi più facilmente il "come".

Uh, ma com'è che siamo finiti su quest'argomento???

_________________
Ugo Albano

=============================
CONTATTO DIRETTO:
http://digilander.libero.it/ugo.albano


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: ven, 05 apr 2013 - 11:56 am 
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Iscritto il: gio, 08 set 2011 - 10:54 am
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Mi è piaciuta moltissimo l'apertura di questo topic. Belli gli interventi, interessanti, formativi. Lo esplicito: mi sono piaciute molto le sollecitazioni di Davide, poi un intermezzo poco pertinente ha bloccato la riflessione.

La discussione ha poi ripreso ossigeno grazie all'intervento di Pallaspina.
grazie ad entrambi.

All'inizio la sollecitazione che ha dato inizio al topic mi ha fatto venire in mente una notizia che avevo letto poco tempo fa e che mi aveva colpito ve la riporto:

A Novara, un nuovo welfare a bassa soglia. RedattoreSociale.it
MILANO – Si chiama “Una famiglia per una famiglia” il nuovo modello di welfare “a bassa soglia” che ha iniziato ieri a Novara la sua fase sperimentale. Dopo Torino, Ferrara, Verona, Parma e Como il progetto di fondazione Pandeia e sostenuto con 50mila euro da fondazione De Agostini, sbarca anche nella provincia piemontese. L’idea è quella di mettere in contatto due famiglie, una in difficoltà e una disposta ad aiutarla, per fare in modo che nasca una relazione informale, che possa contribuire a migliorare la vita del nucleo in difficoltà. “Aiutare senza dividere” è lo slogan della campagna. Lo scopo, evitare che delle situazioni che potevano essere risolte con un minimo aiuto arrivino al punto in cui il Tribunale è obbligato a chiedere l’allontanamento del minore, perché i suoi genitori non sono più in grado di badargli.Il finanziamento di fondazione De Agostini per l’avvio del progetto a Novara verrà diviso in due tranche. La prima, servirà a sostenere i 15-18 mesi di fase sperimentale. Se al termine di questo periodo Fondazione Pandeia avrà raggiunto i suoi target, allora il progetto potrà andare avanti. “L’ultimo rapporto della fondazione Zancan sulle povertà indica che il tessuto sociale si è impoverito in Italia – spiega il Fabrizio Serra, di Fondazione Pandeia -. L’idea è che la rete offerta dalle famiglie possa evitare che certe situazioni precipitino”. Il contributo può andare dall’aiutare a far studiare i figli, fino a gestire insieme le finanze familiari: tutto sempre mantenendo un ruolo di parità, condizione improponibile in un sistema tradizionale. Lo spirito è sempre quello informale, d’amicizia, vincolato però a un patto che le due famiglie stringono all’avvio del progetto. Una quota del finanziamento è destinata alle famiglie che offrono un aiuto: “Sarà un forfait in media di 2! 00 euro al mese, la metà di quanto è previsto per l’affido”, spiega Fabrizio Serra di fondazione Pandeia. Altra voce di spesa, il tutoraggio delle famiglie: “Sarà affidato alle associazioni, mentre il ruolo dei servizi sociali sarà quello di verificare i risultati”, aggiunge Serra. “Pensiamo che questo modello vada articolato a seconda delle realtà perché ogni territorio ha già in pancia tutte le risorse”, precisa. Si tratta solo di metterle in rete nel modo migliore. Fondazione Pandeia sta continuando a lavorare dietro le quinte per diffondere sempre di più questo modello di welfare in Italia. Sono soprattutto le città del centro e del nord quelle in lizza per entrare a far parte della fase sperimentale. Perché piace l’idea di un servizio sociale “leggero”, dove assistente e assistito si trovano a un livello di parità. E soprattutto, dove dopo la fase d’avvio il progetto può autosostenersi.


Ora mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate di questa tipo di "welfare a bassa soglia".
Soprattutto da Davide, ma anche da pallaspina, da Ugo a da tutti gli altri.

Grazie.
Sarah

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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: ven, 05 apr 2013 - 12:14 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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Carissima, questi secondo me sono i "nostri" interventi. E ti diró di piú, sono interventi che nel resto d'Europa si fanno da anni. Io ho seguito uno di questi progetti per il mio ente, quando lavoravo in Italia. Sono interventi molto utili, funzionano, sono a costo quasi zero.... ma... richiedono tanto, tanto, tanto, tanto e tanto lavoro e che l'operatore si metta in gioco davvero tanto e scenda dalla cattedra. Premetto che a me fu affidato il progetto perché non lo voleva nessuno e, per seguirlo, non mi é stato tolto manco un caso dal mio carico di lavoro (e oltre ai casi del territorio, coordinavo un progetto nomadi). Il che é tutto dire. Per seguire questo progetto facevo tantissime riunioni con le psicologhe che collaboravano con noi, con le famiglie disponibili, con i colleghi che avevano in carico i casi. In una parola: tra progetto nomadi e questo, facevo VERAMENTE il mio lavoro e questo mi ha permesso di vivere con molto ossigeno quei due anni. Il problema é che, se devo essere onesta, di tutto il gruppo dei 15 assistenti sociali, forse solo una credeva in questo progetto. In generale, non ci si credeva perché si riteneva poco professionalizzante (sic, invece é professionalizzante erogare contributi economici....), si riteneva che per affiancare quei casi ci volessero operatori specializzati e non famiglie comuni, si riteneva che poi le famiglie "tutor" dovessero seguire alla lettera i nostri dettami e non ci si fidava della loro autonomia... addirittura, c'era chi si fregava le mani della serie "gli appioppo la famiglia e non ci penso piú". Per ultimo ma non meno importante, si affettava con il coltello una grossa invidia verso la persona dell'a.s. (ovvero me stessa) che, suo malgrado, aveva accettato il progetto in aggiunta a tutto il resto, e quindi spesso non era in ufficio perché occupata a promozionarlo in giro per la provincia. Devo aggiungere altro? :lol:


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: ven, 05 apr 2013 - 5:32 pm 
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Iscritto il: dom, 01 mag 2011 - 12:12 pm
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personalmente credo molto in questo tipo di progetti. la pedagogia di comunità incontra il servizio sociale professionale, la sua programmazione per progetti e il suo lavoro all'interno delle istituzioni. apre le istituzioni e gli uffici dei comuni al lavoro di comunità al lavoro locale: perno fondamentale nella mia visione di servizio per il sociale.
c'è un lavoro di prevenzione, c'è un lavoro di responsabilizzazione sociale, c'è un lavoro di potenziamento di rete e di empowerment individuale e di gruppo.
ho lavorato quasi 3 anni con la doppia diagnosi come pedagogista, in un servizio a bassa soglia. ambito difficilissimo, i classici "dimenticati" dalla società. eppure tutti pensano a questo tipo di problematiche solo in chiave riparativa quando invece bastava entrare nel momento giusto e forse molte sofferenze e costi si sarebbero evitati.

in questo progetto ci sono visioni di politica comunitaria socialista, vecchie già da prima della seconda guerra mondiale e da prima che lo statalismo istituzionalizzante del servizio sociale come "controllo" operasse.
ora con la crisi si riscoprono certi passaggi "informali" e meno male direi.

come dice pallaspina all'estero è una modalità di lavoro già presente da anni, in Inghilterra per esempio da pochi anni a questa parte si cercano di coinvolgere famiglie e persone single con progetti di fostering ed è nata una vera e propria foster career. Talvolta con casi in affido, talvolta con brevi periodi di offerta di alloggio. Non necessariamente con casi segnalati ai servizi.


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: ven, 05 apr 2013 - 5:45 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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sí, diciamo che il nocciolo di questo lavoro é lavorare con la comunitá PRIMA e SENZA che i casi arrivino al servizio. Invece di piantarsi in ufficio ad aspettare il "caso", si va sul territorio a lavorare per costruire una mentalitá. Questo implica spesso non essere assolutamente capiti e condivisi dagli amministtatori politici, che non vedono al di lá del loro mandato di 4 anni e che preferiscono raccogliere consensi a breve termine (e quindi, erogare prestazioni). Osservando come lavorano qui dove sono io (Barcellona), dove da anni sono sensibili al lavoro di rete e di comunitá, vedo peró che la popolazione é per natura tesa verso il "pensare comunitario". Ossia, é una cultura tesa al "condividere", non solo beni ma esperienze di vita, educazione dei figli (per esempio, ogni scuola, pubblica o privata, offre la "escuela de padres", incontri piú o meno formali rivolti alle famiglie per coinvolgerle nelle tematiche educative; ogni quartiere ha le sue biblioteche super-organizzate, ludoteche e spazi gioco... e non é nemmeno una delle nazioni europee piú sensibili in questo). Questo non lo vedevo in Italia, in generale, dove predominava una visione abbastanza individualistica della vita, o almeno quello che di comunitario c'era in passato, si era completamente perso negli ultimi 20-30 anni. Quindi mi chiedo: di chi é la vera responsabilitá della cultura comunitaria? ma forse sono un pó uscita dai binari....


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 Oggetto del messaggio: Re: Servizi alternativi per situazioni di povertà?
MessaggioInviato: lun, 08 apr 2013 - 8:27 am 
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Iscritto il: gio, 08 set 2011 - 10:54 am
Messaggi: 62
Grazie ragazzi,
a me ha stimolato molto la notizia perché nonostante la mia formazione di base da Assistente Sociale ho poi lavorato ed approfondito maggiormente l'animazione socio culturale e di comunità. Pertanto se parliamo di sviluppo di comunità mi sento "chiamata in causa" anche se la mia area di lavoro ha sin ora riguardato soprattutto le persone anziane.
Vi chiedo ancora un contributo; visto che fate riferimento ad esperienze di altri paesi, potreste segnalarmi qualche articolo per un approfondimento, possibilmente in italiano :( (lo so è un grande limite), ma in caso contrario mi attrezzerò per tradurre :roll: ...

Cara pallaspina, mi colpisce molto la tua situazione... sai, io ho una cara amica di Barcellona lei è assistente sociale ed ha lavorato li per parecchi anni poi una serie di "avventure" l'ha portata in Italia, ma qui cerca di lavorare come educatrice, strana a volte la vita! :)

A presto
Sarah

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