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 Oggetto del messaggio: non sapere cosa fare da grandi? (lungo....)
MessaggioInviato: dom, 14 ago 2011 - 3:53 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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Salve colleghi, scrivo su questo angolo del forum perché, in uno dei miei tanti pomeriggi di riflessione, mi piacerebbe trovare qualche feedback da qualche a.s. italiano. Da molti anni frequento sia Asit che questo forum, sebbene ultimamente molto raramente causa trasferimento all'estero e interruzione della professione. Dunque io non sono proprio giovanissima, ho quasi 38 anni, due figlie e un altro o altra in arrivo :D e una storia personale e professionale che sembra un pó un film e che forse dovrei analizzare bene (ma in questo momento mi mancano risorse di tempo!!!). Ho scelto servizio sociale, nel lontano 1992, tra molti dubbi, perché a seguito di un coinvolgimento parrocchiale molto forte in attivitá a valenza sociale volevo lavorare nel settore ed ero molto indecisa tra psicologia e servizio sociale. In realtá tendevo piú a psicologia, peró mi sembrava una facoltá troppo lunga e teorica e con pochissimi sbocchi lavorativi. Ho fatto il percorso di servizio sociale con tanto entusiasmo, tutte le materie mi riuscivano, il tirocinio mi piaceva, inoltre a quel tempo il piano di studi era oggettivamente molto simile a Psicologia. Fin dal primo giorno peró mi dissi che "dopo" avrei studiato ANCHE psicologia e questo pensiero me lo sono portato dietro per anni, finché, una volta laureata, non mi sono messa a cercare lavoro, trovandolo (a quei tempi) senza grosse difficoltá. Anzi nel giro di 1 anno ho vinto 2 concorsi in due grossi comuni e quindi ho presto avuto il classico lavoro a tempo indeterminato, che io sognavo anche per poter formarmi una famiglia. Nel complesso devo dire che i miei primi 10 anni di lavoro non sono stati male, anche se con alti e bassi. L'inizio fu abbastanza tragico, perché mi trovai proiettata in un servizio del tutto disorganizzato e gestito sulla base dell'assistenzialismo e dei favoritismi politici. Ma nonostante tutto eravamo un bel gruppo di colleghi che lottavamo uniti per rivendicare la nostra autonomia professionale, anche se il day by day era veramente duro. Ho fatto subito un corso di mediazione familiare di 3 anni per fare qualcosa di specializzazione e poi mi sono iscritta a Trieste per avere la famosa laurea, visto che io ho frequentato la scuola diretta a fini speciali e ho sempre sofferto, sotto sotto, per non essere laureata (e nel frattempo mi era venuto il desiderio di fare un dottorato, e con il mio titolo chiaramente era impossibile). E lí "cadde l'asino", nel senso che stavo veramente per iscrivermi a Psicologia a Firenze, quando uscí questo anno integrativo a Trieste, per cui di nuovo rinunciai al percorso che mi interessava perché "troppo lungo". Peró l'esperienza di Trieste fu molto formativa e interessante. Dopo due figlie, ci sono stati degli equilibri che sono cambiati sia nel mio ambiente di lavoro che sicuramente anche in me stessa. Se espandessi questo paragrafo scriverei un libro :D , per cui non lo faró e vi diró soltanto che gli ultimi due anni di lavoro sono stati assolutamente infernali. Nel frattempo, alla fine, ho fatto quello che aleggiava da anni: finalmente mi sono iscritta a Psicologia!!! Ho dato di volata tutti gli esami del primo anno, e poi qualcosa mi avevano convalidato, per cui mi sono resa conto che, approfittando del mio bagaglio culturale, in pochissimo tempo avrei preso la laurea. Ma studiare questi temi mi ha dato veramente una sferzata di novitá, perché mi sono accorta che riprendevo le cose studiate a servizio sociale e sperimentate nel lavoro di tutti i giorni e nei corsi post laurea, peró con un taglio diverso che mi ha appassionato in una maniera in cui forse, onestamente, MAI mi aveva appassionato lo studio del servizio sociale. Devo essere onesta e ammettere che non ero adatta per fare l'a.s. (é anche vero che nessuno mi ha orientato in maniera opportuna nella scelta universitaria). Nel frattempo, le cose hanno sempre dei colpi di scena, e tutta la mia famiglia si é trasferita all'estero per un'ottima occasione lavorativa del marito. In tutto questo, mi sono ritrovata a realizzare il mio piú grande desiderio, che era quello di lasciare un lavoro che ormai odiavo, e studiare a tempo pieno psicologia, con un sistema e un piano di studi ancora piú interessante. Sono andata ancora avanti, imparando anche nuove lingue straniere, e, udite udite, qui in Spagna anche gli a.s. possono fare gli psicoterapeuti, per cui mi sto un pó orientando per fare, tra 1-2 anni, mentre vado avanti con Psicologia, un corso di psicoterapia e cosí approfittare per fare anche un percorso personale. Mi interessa la Gestalt, la relazione mente-corpo, ma anche la psicologia perinatale perché da alcuni anni mi occupo come volontaria del sostegno all'allattamento materno per una grossa associazione internazionale. Adesso mi chiedo: ma é normale??? Non crediate che mi sia lasciata trasportare dalle mie follie :D : sono partita dicendo che Psicologia avrebbe complementato la mia formazione e basta, mi sono sforzata a trovare il bello della professione di a.s. come se si trattasse di salvare un matrimonio in crisi, ho letto tanti libri e riflettuto tanto, ma alla fine, ho deciso d lasciar andare tutto un fardello che mi pesava. Ma la cosa che mi stupisce é che oggi, quando a volte girovago per questi forum o parlo con ex tirocinanti che si affacciano motivatissimi alla professione, tutto quello di cui mi parlano mi fa letteralmente "schifo". Io non so come sia possibile, ma tutta la parte organizzativa, che tutto sommato mi appassionava anche quando studiavo e lavoravo, adesso mi fa fuggire a gambe levate. Non mi aiuta scambiare opinioni con colleghi spagnoli (ne ho conosciuti vari che studiano psicologia con me) perché appunto in Spagna i due ruoli sono quasi interscambiabili, anche nel settore pubblico, ed essendo un ruolo molto diverso da quello che avevo io nel mio settore, parliamo linguaggi diversi. In tutto questo, cosa ne sará di noi é incerto, perché tra 4 anni mio marito potrebbe avere un rinnovo di ulteriori 5 anni, oppure potremmo andare in qualche altro paese europeo come Francia o Germania, mentre tornare in Italia lo lasciamo per una serie di ragioni condivise come ultima scelta. Ma io ho il mio posto conservato a motivo di una legge del 1980 che permette ai coniugi dei lavoratori all'estero di conservare il posto senza nessuna scadenza. Voi penserete "che fortuna", invece io adesso sento che per stare meglio e finire con un fardello mentale che mi pesa molto dovrei dare le dimissioni. Se penso infatti un domani di tornare lí, mi viene il panico, perché io non tornerei mai a fare quel tipo di lavoro, dove tra l'altro non mi darebbero nessuna autorizzazione a fare come libera professione quello che nel frattempo ho maturato (le dinamiche del servizio sono dittatoriali). Piú che il lavoro in sé, forse quello che mi pesa é il vincolo con quell'amministrazione lí, ma a mio tempo non sono riuscita ad avere trasferimenti ad altro ente (é la mia storia: io per liberarrmi devo "troncare", se no gli altri non mi lasciano andare!!!). Adesso io penso: ma secondo voi, é probabile che questa mia consapevolezza derivi da un percorso particolare, ed é bene assecondarla, o "dovrei" piuttosto forzarmi a rientrare nel solco di quello che tutto sommato ho fatto finora? Ma poi penso: ma con quale benefit, rischiare di dover continuare un domani a fare nel pubblico un impiego che non mi soddisfa, con delle dinamiche dell'ente che mi inquietano, quando cosí invece posso avere POI la libertá di scegliere e di fare quello che voglio... Magari tra 5 anni saró all'estero e faró l'a.s. in un settore che mi piace, magari peró faró anche lo psicoterapeuta come libera professione, magari faró soltanto lo psicologo!!!! mentre lavorare sodo per costruirmi come a.s. efficace mi sembra, almeno oggi come oggi, che "non paghi" a livello emotivo.... É che io non ho piú voglia di "cominciare dal raccogliere i pomodori per mangiare", ovvero, pagare il prezzo di tutto il problema della tutela della professione, della sua scarsa incidenza ecc. ecc. Non so....Forse semplicemente non ero adatta????
Grazie a chi vorrá seguire le mie farneticazioni e darmi qualche spunto!


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 Oggetto del messaggio: Re: non sapere cosa fare da grandi? (lungo....)
MessaggioInviato: lun, 15 ago 2011 - 5:27 am 
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Iscritto il: ven, 04 mag 2007 - 10:22 am
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Cara pallaspina,

ci siamo incrociati più volte su questi temi io e te.

Leggendo il tuo pezzo mi sono sforzato di farlo con l'emisfero destro (operazione non facile per noi maschietti), quindi con le emozioni.

Mi è venuto in mente un'immagine: la donna dell'alcolista. Lei sa che lui non cambierà, ma lo ama, e spera, e lascia sempre la porta aperta, salvo ogni volta disperarsi per un marito che mai cambierà.

Secondo me tu sei la moglie e l' "assistente sociale italiano" (compreso il posto pubblico in Italia) è il marito. Sei più che consapevole di doverlo lasciare, mi pare. Anzi, come in tutte le storie d'amore, hai ritrovato il "vero" amore, quello dell'adolescenza, quello che hai sempre sognato. Ora ci sei pure andata a letto (...pardon, siamo nella metafora...) e lo ami più che mai, non lo vuoi lasciare più. Ed allora: perchè non lasci tuo marito? Forse il tuo background cattolico che ti lega alla fedeltà "finchè morte non vi separi"?

Fuor di metafora: hai finalmente trovato una tua dimensione, una professione che senti tua "a pelle", beh, prenditela e stacci. Tra le tue parole leggo anche la sofferenza nell'aver cercato per anni di stare bene nel ruolo dell'assistente sociale italiano e di non esserci riuscita.

Sei comunque già proiettata su altre dimensioni di vita, la sola idea di ritornare in Italia a fare l'assistente sociale ti manda in ansia. Sei come su una mongolfiera, vuoi volare, stai già volando, ma c'è un cavo che ti lega a terra.

E' il cavo della "fedeltà masochistica" (la stessa della moglie dell'alcolista). In verità tu ci stai davanti con l'accetta e ti chiedi "lo faccio? Non lo faccio?". In verità non succede niente se lo tagli, sai però di iniziare più serenamente un nuovo pezzo della tua vita, pur avendo vissuto i precedenti bene.

Taglia il cavo. Cioè manda le dimissioni che ti legano (ancora simbolicamente) al tuo Ente, a quello in cui non vuoi tornarci più.

Le scelte più sane hanno sempre un prezzo. L'importante è esserne consapevoli, ma "sereni".

Con due figli da seguire, il terzo in arrivo, lo studio di psicologia, le lingue da imparare, la prospettiva di cambiare nazione.......stai a pensare al "posto pubblico"....di sti tempi e con l'aria politica che spira da noi in Italia?

Taglia il cavo. Vola alto, sopra le nuvole, verso il sole, libera più che mai!

_________________
Ugo Albano

=============================
CONTATTO DIRETTO:
http://digilander.libero.it/ugo.albano


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 Oggetto del messaggio: Re: non sapere cosa fare da grandi? (lungo....)
MessaggioInviato: lun, 15 ago 2011 - 9:18 am 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
Messaggi: 252
Grazie, Ugo, per la risposta. Tutti i miei dubbi derivano dal, diciamo, “piano di realtá” e soprattutto dal marito (quello vero! :lol: ) che, essendo ingegnere, è molto meno capace di te di pensare con l’altro emisfero cerebrale e quindi da vari anni mi incalza con battute che hanno magari anche un fondo di veritá. Cioè, alle mie varie lamentele circa l’assetto del mio ente, mi diceva: il problema è che devi trovare il modo di farti pagare di piú! Ehehehe, mentalitá pragmatica ma reale nel suo settore, infatti lui quando si è scocciato non ha fatto una piega e si è fatto assumere dalla comunità europea, ma nel nostro ambito è un pó diverso!!! Ora lui mi sostiene su questo percorso, solo che ogni tanto dice: ma quanto pensi di studiare ancora… prima di cominciare a farti pagare???? :D E chiaramente anche nel settore della psicologia non è che ti arricchisci, solo che oggettivamente la mia scelta futura sarebbe avere una “base sicura” (il suo lavoro) e io fare quello che mi piace, che sia dipendente o libero-professionale, ma evitando vincoli “per la vita”, possibilmente! Lui sostiene che non ha senso che io dia le dimissioni, perché tanto, la sostanza non cambia, peró sotto sotto ragiona come tutti, cioè che alle brutte “il posto ce l’ho” e posso tentare, un domani e se ricapito per l’Italia, di ottenere un trasferimento altrove. Anche perché attualmente non ho lavoro qui, non lo sto nemmeno cercando perché buttarmi su questo progetto ovviamente non me ne dá il tempo (e nemmeno ci metto la testa). Ovviamente lui non capisce cosa c’e’ dietro e dice che non costa nulla aspettare altri 5 anni e vedere “cosa succede” (d'altra parte, la preoccupazione dei miei familiari circa questo trasferimento é "come faró io con la pensione"!).
È vero, la tua analisi è molto azzeccata perché effettivamente “lasciare” per me provoca non poco senso di colpa, e tutto radica nell’origine di questa “vocazione”, nella scelta “per la vita”, nel fatto anche che io ho mitizzato una ex responsabile di servizio eccezionale, che afferma ovunque va: “Sono assistente sociale fino alla morte!”. Un altro laccio che per tanto tempo mi ha stretto è stata la valutazione di tanti colleghi che tuttora mi dicono: continua, sei un’assistente sociale bravissima, non mollare!! Ora io è chiaro che non mollo per andare a fare l’amministrativa, la ragioniera o la fisioterapista. Il rapporto con le persone è chiaramente alla base del mio interesse, solo che se penso a ricevere una persona che viene a chiedere il contributo economico o il ricovero in struttura, mi prende abbastanza male. Anzi, quando sono arrivata qui, ho pensato che dopo la laurea avrei fatto un anno di specializzazione in psicologia clinica e poi avrei tentato la strada del dottorato, o comunque avrei cercato di infilarmi in qualche modo nell’universitá. Ma in realtá l’”antico amore” dell’aiuto vince sempre e sono qui che analizzo i programmi delle scuole di speciliazzazione in terapia gestaltica!
Comunque ti ringrazio, sei uno dei pochi colleghi che non mi ha valutato come “pazza” :-D Figurati che quando mi iscrissi a psicologia non lo dissi a nessuno dei colleghi e andai a Firenze e dare l’esame di ammissione in gran segreto; lo dissi solo a un’educatrice del Progetto Nomadi che, involontariamente, poi lo raccontó :-DDD e quello che quasi tutte le colleghe mi dissero fu: ma come fai ad avere voglia, e poi che ci fai, e poi tanto non riuscirai mai a fare il tirocinio….ehehehehe… E invece!....
Ciao!


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 Oggetto del messaggio: Re: non sapere cosa fare da grandi? (lungo....)
MessaggioInviato: lun, 15 ago 2011 - 7:00 pm 
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Iscritto il: mer, 13 feb 2008 - 5:38 pm
Messaggi: 86
Località: Italia
Ciao, trovo la tua storia molto interessante... Ma senti: il tuo posto di lavoro resta "congelato" a tempo indeterminato?; questa condizione, crea un vincolo rispetto alla possibilità di svolgere un altro lavoro all'estero?
Se così fosse ti direi anch'io di sciogliere ogni legame istituzionale e cercare la tua nuova strada... ma se hai invece l'opportunità di inserirti in questa tua situazione nel mercato del lavoro del posto dove ti trovi, perché farlo?
Insomma, ti direi di tenerti stretti tutti i vantaggi di cui hai diritto e accantonare per il momento l'immagine di te, assistente sociale italiana, in italia. In futuro si vedrà, potrebbe sempre essere una porta aperta... e poi chissà che un domani non sia tutto un pò diverso, anche in Italia. Nel frattempo, se puoi, lanciati nella tua nuova posizione e riformula la tua professionalità adattandoti al contesto in cui ti trovi! Magari potessi farlo anch'io... diciamo che ho sempre avuto la spinta motivazionale ad andare all'estero per "stravolgere" la mia professionalità, ma aver ottenuto un contratto a t. indeterminato in Italia mi ha bloccato le ali...
Ad ogni modo, tienici aggiornati!!!


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 Oggetto del messaggio: Re: non sapere cosa fare da grandi? (lungo....)
MessaggioInviato: lun, 15 ago 2011 - 7:58 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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La legge Signorello prevede che l’aspettativa puó essere a tempo indeterminato, anche se l’Ente puó revocartela “per esigenze di servizio”. Io non escludo che in qualche momento di questi 5 anni la responsabile non mi chiami e mi metta di fronte a un out out, peró in questo caso darei le dimissioni senza pensarci. L’aspettativa è incompatibile con un altro lavoro a tempo indeterminato; infatti il marito di una collega di mio marito, che ha trovato qui subito lavoro come medico, ha dato le dimissioni dall’ospedale italiano in cui lavorava a tempo indeterminato.
In realtá io qui non ho nessuna certezza per me. Per lavorare nel sociale dovrei convalidare il mio titolo, cosa che presuppone dare altri esami sicuramente; a questo punto preferisco sbrigarmi a prendere la laurea in psicologia. Sicuramente peró se restassi qui avrei delle chance, perché per esempio il percorso di psicologia è piú breve e piú spendibile. Inoltre, il lavoro di a.s. è in generale piú interessante, anche perché ci sono molte possibilitá nel privato sociale “concertato” con il pubblico.
Insomma, per il momento sto investendo nello studio della psicologia e nel perfezionamento delle lingue. Il vincolo con il Comune è emotivo, come dice Ugo, ma pesa, perché effettivamente io sono sempre un dipendente a tutti gli effetti e tra 5 anni devo in ogni caso farmi rinnovare l’aspettativa. Rimango iscritta anche all’Ordine per il fatto che “non si sa mai”, ma ha ragione Ugo, sarebbe una liberazione tagliare.
Non so se resteró qui ma so che le cose me le giostrerei bene anche in altri Paesi, anche perché ho una notevole facilitá nell’apprendimento delle lingue e, in generale, le offerte formative e lavorative sono tutte piú interessanti che in Italia.
Riguardo al tempo indeterminato, sí, all’inizio pensavo che fosse una benedizione, poi mi sono resa conto di no. Prima di tutto hai questo vincolo “psicologico” che ti lega, soprattutto nel nostro settore e in Italia non avrai mai il coraggio di tagliare, perché difficilmente le alternative sono altrettanto vantaggiose. A volte, soprattutto avendo figli piccoli e nessun aiuto familiare, ho sognato lavori a tempo determinato, per poter anche avere la libertá di fare delle pause e soprattutto di cambiare. I docenti universitari hanno l’anno sabbatico e secondo me gli operatori sociali ne avrebbero assolutamente bisogno e diritto. Inoltre, io personalmente ho bisogno di cambiare. Le mie richieste di trasferimenti vari non sono state ascoltate e dopo 12 anni ero sempre nello stesso ufficio a fare la stessa cosa: troppo! Io perlomeno ho bisogno di sapere che posso cambiare e penso che cambiare sia rivitalizzante. Inoltre mi dá angoscia pensare di lavorare nello stesso Ente fino alla pensione. Se le cose miglioreranno non lo so, è che io non mi vedo piú in quel ruolo lí ma in ruoli molto diversi e “altri”.
Vi terró aggiornati!


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