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 Oggetto del messaggio: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: gio, 20 giu 2013 - 4:33 pm 
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Iscritto il: gio, 16 ott 2008 - 10:31 pm
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Cari colleghi, stamattina mi sono trovata di fronte alla richiesta di aiuto di una donna che vive in un' abitazione in affitto e che sarà sfrattata a breve, poichè non paga l' affitto da diverso tempo, vivendo solo dalla pensione d' invalidità...E' una persona che non può contare sui figli, che vivono fuori, nè sulla famiglia d' origine, con cui ha perso i contatti da tempo...Il comune al momento non ha nel bilancio fondi per contributi economici, nè vi sono case comunali da poter assegnare...Ora vi chiedo: di fronte alla carenza di risorse, come rispondete agli utenti?Come posso aiutare questa donna, che mi detto, in lacrime: devo andare a fare la barbona?


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: gio, 20 giu 2013 - 8:31 pm 
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Non c'è la possibilità di attivare risorse del privato sociale? es. strutture di accoglienza temporanee della caritas?

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Ash Nazg
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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: ven, 21 giu 2013 - 7:23 am 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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La chiave sta in questa affermazione: "non puó contare sui figli, che vivono fuori, né sulla famiglia di cui ha perso le tracce". Nel sistema italiano, fino ad ora e probabilmente anche in futuro, visti ghli scenari economico-sociali, l'ente pubblico interviene solo qualora i parenti tenuti gli alimenti siano impossibilitati, ovvero totalmente assenti o totalmente indigenti. Il fatto di vivere fuori non é una giustificazione. Quindi, a maggior ragione se si valuta che la situazione é realmente di bisogno e l'ente non ha risorse, sarebbe opportuno mettersi in contatto con questi figli e coinvolgerli nel progetto. Chi ti assicura che non potrebbero avere risorse e voler aiutare la madre, oltre che poterlo fare? a me é successo molto spesso che alcuni utenti mettevano il veto a contattare i figli, parlando di odio, brutti rapporti, non volontá ecc. Poi per qualche ragione li conoscevo, magari perché si presentavano loro, e mi dicevano: Ma dottoressa, si figuri se io non aiuterei mia madre. Solo che LEI non vuole e le ha nascosto anche tutta una serie di cose...." e vuotavano un vaso di Pandora che ridimensionava notevolmente la gravitá del caso. Stesso discorso sulla famiglia: cercare i parenti fino al grado in cui sono tenuti agli alimenti (mi sembra sia fino al quarto), ovviamente mediante vie legali (segnalazioni a enti, servizio sociale internazionale). Con la persona bisogna essere chiari: il servizio non é un bancomat ma un costruttore di sinergie, poco si fa se non si mettono in campo tutte le reti sociali possibili e immaginabili, a maggior ragione se la legge impone al figlio di aiutare la madre indigente (e viceversa). Coinvolgere il privato sociale é una buona idea, peró sempre nella cornice suesposta, perché se no, si rischia che l'intervento sia monco. Nemmeno il privato sociale naviga nell'oro e l'unico ogettivo vantaggio é che possiede dinamiche e strumenti molto piú flessibili del pubblico. Ma bisogna fare un progetto ben circostanziato.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: sab, 22 giu 2013 - 5:02 pm 
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Iscritto il: gio, 16 ott 2008 - 10:31 pm
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La Caritas esiste, ma essendo un piccolo paese non ci sono centri di accoglienza...Hai ragione pallaspina quando dici che il servizio non è un bancomat, il problema è che alcuni utenti lo considerano tale...la signora sicuramente non vorrà che io contatti i figli, perchè è lei a non volerli "coinvolgere", e perchè uno dei figli è anche lui in una situazione di difficoltà...Il fatto è che molti utenti ritengono che il comune debba aiutarli a prescindere, che avere il contributo, o una casa sia un DIRITTO....e mettono in atto ricatti del tipo " io cosa devo fare...mi sparo?" per esempio, o di altro tipo, ad esempio mettere l'articolone sul giornale dove si dirà che il servizio sociale non ha fatto nulla per aiutarli...la concezione che il servizio sociale sia, appunto, un bancomat, in parte viene anche dagli amministratori, che danno agli utenti informazioni sbagliate e una visione del servizio di questo tipo...E parlare di progetto diventa molto difficile se non impossibile...


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: sab, 22 giu 2013 - 6:15 pm 
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Iscritto il: sab, 16 gen 2010 - 9:32 pm
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Lo so bene, ma esistono i regolamenti. Se l'utente si nega a elaborare il progetto, l'intervento si puó negare, anzi si deve negare anche avessimo fior di risorse. Se le risorse proprio non ci sono... Se realmente c'é un bisogno, si segnala ai dirigenti affinché, per esempio, valutino una variazione di bilancio o al limite anche un fuori bilancio... ma se non siamo sicuri perché la signora per suo sfizio non vuole che si parli con i tenuti agli alimenti... bé... sarebbe la stessa cosa se tu andassi dal medico per chiedere un farmaco di un certo tipo e lui ti dicesse: prima devi fare questi accertamenti, perché se no non te lo posso prescrivere (non é banale, per esempio prescrivere un anticoncezionale senza aver fatto analisi del sangue puó essere pericoloso)... e tu gli dici: no davvero, io non ho voglia, tu me lo prescrivi subito... Non ti sembrerebbe una pretesa assurda?
Ecco, dunque perché gli utenti del sociale vogliono ignorare i nostri protocolli e comunque le nostre tecniche? so bene che non é facile perché io ho lottato 12 anni con queste dinamiche, peró appunto, in tempi di vacche grasse un assistente sociale poteva anche dire: sai che, chi se ne frega, ti do i 100 euro tanto io campo lo stesso bene, mica sono soldi miei... Mentre ora che proprio soldi non ce ne sono davvero, sará bene che gli utenti lo realizzino e che gli operatori ne approfittino per adottare protocolli piú sensati! Che ne pensano gli altri?


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: lun, 24 giu 2013 - 8:05 pm 
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Iscritto il: gio, 16 ott 2008 - 10:31 pm
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Il fatto è che nei servizi spesso non esistono protocolli, o regolamenti, e si va " a buon senso"...Ecco che allora diventa molto difficile valutare le situazioni senza avere criteri definiti a cui appoggiarsi... Cerco di spiegarmi: come faccio io a negare o invece accordare un contributo economico, per esempio, se non ci sono regolamenti? Sulla base del mio buon senso? Delle risorse disponibili al momento? Della "pressione "esercitata dall'amministratore?


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: mar, 25 giu 2013 - 6:05 am 
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Io ho sempre affermato che la nostra professione non si basa sulle risorse, ma sulla relazione d'aiuto.

Le risorse sono invece una prerogativa del welfare. Noi NON SIAMO il welfare.

Nel caso specifico: sono le politiche abitative di un territorio, se esistono, non esistono, o "fanno finta di esistere".

Ora io posso capire che per i politici e per la gente comune vale la leggenda metropolitana in base alla quale "l'assistente sociale dà soldi, lavoro e casa", ma saremmo ingenui - e pure stupidi - a crederlo noi.

Il discorso è semplice: se la persona vuole una risorsa, se io non ce l'ho, glielo dico. Il problema è il suo, mica il mio!

Al massimo io cerco di sostenerla in scelte SUE per avere un tetto sulla testa (che so, ricucire contatti con parenti, verificare possibilità di accoglienza del terzo settore, ecc....).

E' molto importante definire i nostri limiti. L'onnipotenza non serve a niente, se non a fungere da capro espiatorio nell'opinione pubblica. Per evitare ciò mandate queste persone a chi di dovere, ovvero a chi le risorse ce le ha o, per potere politico, certe scelte le può fare.

Buona giornata!

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Ugo Albano

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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: mar, 25 giu 2013 - 12:55 pm 
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Iscritto il: dom, 01 mag 2011 - 12:12 pm
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Mah, non ho nessuna esperienza di lavoro presso amministrazioni pubbliche per cui esprimo solo un parere che viene dai libri e da altre esperienze, ma che avrei espresso se mi fossi trovato nella situazione della collega.

Anzitutto c’è da dire che queste situazioni rispecchiano in maniera palese la contraddizione in termini della professione di assistente sociale e del suo ruolo paradossale, acritico.

Il fatto che l’assistente sociale vada a buon senso è una cosa abbastanza grave, il fatto che l’assistente sociale si trovi esposto a questo tipo di situazioni che sono la risultante di un sistema di welfare malato è un altro fatto abbastanza normale, ma non per questo non grave.

a parer mio, anzitutto il fatto di coinvolgere la famiglia non sempre è la via da intraprendere.
mi domando..perchè in Italia il servizio sociale deve per forza vedere la famiglia come risorsa di sistema? Non sarà che lo stato scarica addosso alla pensione del padre per esempio, la sconcertante crisi giovanile non facendosi carico dei problemi di cittadinanza??
non sarà che lo stato scarica sulle risorse della famiglia tutte le sue manchevolezze con una propaganda cristiana sull'importanza dei legami familiari.

Se la signora è maggiorenne e intende non coinvolgere la famiglia ha tutto il diritto di esprimere il proprio dissenso senza che noi leggiamo dietro un utilizzo opportunista dei servizi pubblici, le si fa firmare un foglio con una dichiarazione e si coinvolge la persone nella strutturazione di un altro progetto.
ma chi l'ha detto che i contatti con la famiglia siano sinonimi di benessere.

Io vivo in UK, la famiglia raramente è presa in considerazione, se un ragazzo di 18 anni è senza lavoro, al comune non gli dicono tua mamma lavora?va dai lei a chiedere i soldi.. è una cosa incredibile fuori da ogni concezione di diritto. La famiglia tra mille aspetti psicologici sociologici e giuridici, è una risorsa strumentale che temporaneamente spinge la persona ad intraprendere un percorso di indipendenza, non un bancomat dello stato appunto.

Poi questo è un caso di esclusione sociale, se non ci sono risorse, anziche coinvolgere la persona nella riparazione del sintomo come avviene in chiave medica (il paragone a parer mio non rende giustizia di molti aspetti della professione dell' AS) si fa un lavoro pedagogico di comunità.

Quindi si studia un “progetto di advocacy” insieme alla persona, si studiano gli accessi ai servizi, le associazioni, il collegamento con la stampa locale, le risorse regionali e della comunità, e si vede come utilizzare il canale dei diritti alla casa e abitazioni, dei diritti della collettività e dell’assoziazionismo, di come il comune si pone nell’accesso ai servizi base.

si coinvolge la persona in un contratto che ha come obiettivo l'attivazione di risorse.
questa è cittadinanza attiva e condivisione della responsabilità.

Certo è un giro più largo, ma l’obiettivo non è dare una casa, e trattarci come bancomat (l'errore p nostro) ma avere un progetto di empowerment, spiegare alla persona che è un lavoro lento ma forse con gli anni, si aprirà una voce di bilancio in comune per i casi come i suoi.

Le persone trattano l’ AS come bancomat perchè noi ci comportiamo cosi. Invece andrebbe spiegato che l’AS non è li per una funzione medico-riparativa ma anche per un lavoro di cittadinanza attiva, di prevenzione.
Inoltre le vacche magre non sono un problema che l’AS deve risolvere da solo, giustificando che ci sono le vacche magre ma si deve affrontare in chiave sistemica.

Concludo dicendo che ovviamente tra il commnentare in un forum e il fare quotidiano con tutte le difficoltà che comporta ci passa il mare, appunto.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: mar, 25 giu 2013 - 1:28 pm 
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Iscritto il: ven, 04 mag 2007 - 10:22 am
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C'è davvero un mare tra teoria e pratica del lavoro sociale, Davide. Poi il nostro Paese, visto dall'estero, appare assai grottesco.

Inviterei a distinguere, però: non è giusto affermare che "....queste situazioni rispecchiano in maniera palese la contraddizione in termini della professione di assistente sociale e del suo ruolo paradossale, acritico".

Anzi, se ne parliamo è proprio perchè abbiamo una capacità (direi "sano bisogno") di coerenza mentale; in tal senso siamo critici.

Stiamo parlando del "welfare pubblico" (che è una cosa) e non dell'assistente sociale (che è un'altra cosa). Attenzione a non fare confusione!

Poi, va beh, ci sono le variabili culturali dell'Italia, come la "forzatura verso la famiglia". Ma anche questa sta cedendo, io tutta questa solidarietà familiare non la vedo mica. E forse è un bene non costringere le persopne a "fare ritorno da mamma e papà" per motivo di soldi.

Ora di fronte al "non ci sono soldi" io posso capire il cittadino, e pure il politico locale (che sbraita contro il Governo), non i colleghi.

Ora di fronte al "non ci sono soldi" un assistente sociale è invitato a "lavorare senza soldi". Ma non è facile: nel caso specifico c'era un invalido per cui ci si muoveva solo in direzioni di protezione, mi pare....

Saluti dal Bel Paese!

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Ugo Albano

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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: mar, 25 giu 2013 - 1:49 pm 
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Il problema é che, come sottolinea Ugo, in Italia Welfare= assistente sociale. Non é facile modificare questa mentalitá, soprattutto perché non é una mentalitá ma uno status quo sul quale si basa l'intervento sociale che, come spesso é stato sottolineato, in Italia é al 100% pubblico. Per cui, io mi sono trovata a rispondere che con i miei strumenti (e non era questione di soldi, badate bene) non ritenevo opportuno intervenire, in quanto secondo me mancava la progettualitá, mancava la volontá, ecc., peró poi mi sono vista bacchettare da ben due dirigenti assistenti sociali (non geometri e informatici, che pure li ho avuti....) in quanto di fronte a una situazione di indigenza io AVEVO IL DOVERE di intervenire mediante intervento economico, non solo discorsi. Ora, io posso essere d'accordo che non sempre la famiglia é una risorsa, ma oggettivamente, sará che mi sono formata nel contesto prima sistemico e poi di rete, credo che sia importante analizzare le eventuali risorse. Non é sempre solo questione di soldi, mi é capitato di fare interventi a costo zero o quasi zero dove peró le reti familiari sono state indispensabili proprio per orientare il mio intervento. Non credo nel casework, Davide, non credo che l'utente sia una monade fluttuante nella societá. Soprattutto poi in Italia (certamente la dimensione culturale del contesto influisce). Se devi fare un affidamento familiare, non credi che sarebbe opportuno prima valutare se nella rete allargata familiare magari c'e' qualche risorsa, prima di interpellare sconosciuti? certo, ci saranno anche casi in cui é meglio di no (per esempio, si dice che nel caso della tossicodipendenza e malattia psichiatrica, si rischia di affidare il bambino a sistemi che hanno determinato la malattia), ma credo che in nessun caso si debba cedere alla rigiditá. Oltretutto, se restiamo a meri livelli di Welfare, c'é proprio una legge che lo impone: non é questione di mandare il giovane a chiedere i soldi a papá, é che per la nostra legge c'e' un obbligo! Ora, se in Italia si operasse una opportuna separazione tra Welfare e lavoro sociale, allora ti darei anche ragione, ma forse solo in parte. Forse é un mio handicap, ma io non vedo la famiglia contrapposta alla societá. Mi é capitato, avendo l'esperienza sul campo, ripeto, di non aver valutato bene l'impatto delle reti familairi e poi di aver notato non solo una inefficienza degli interventi, ma anche e soprattutto la mancanza di una progettualitá a 360 gradi della vita della persona. La situazione degli UK é troppo diversa: se anche in Italia ci fosse un sistema dove venisse garantito alla popolazione il reddito minimo d'inserimento per legge, allora sí, avrebbe un senso rispettare una determinata volontá della persona di lavorare solo sul suo problema. Il discorso che tu fai lo vedo applicabile in quelle che io definivo situazioni di puro counseling e che quando arrivavano io tiravo un sospiro di sollievo perché finalmente potevo fare il mio lavoro... ma erano il 5 per cento di tutti gli accessi. Persone che venivano per avere una orientazione di vita, che non chiedevano soldi casa lavoro ma una consulenza (anche legale, magari, ma soprattutto sociale). la giovane signora che si era separata e si barcamenava tra l'ex e la sua formazione professionale; la madre che chiedeva dritte per l'adolescente; l'adolescente stesso che segnalava conflitti in famiglia. Allora sí non era discorso di andare a leggere tutte le dimensioni familiari allargate ma anche solo fare un lavoro con il singolo, lavorando in senso sistemico peró a partire dal singolo. Ma é diverso, non ti pare, dalla signora sfrattata che rischia di stare sulla strada e ti dice che non ha niente da mangiare e tu sai che l'Ente non ha risorse e, se anche ne avesse, le svrebbe dopo 3 mesi, non piú di 100 euro al mese per 3 mesi rinnovabili e che poi tu ti devi smazzare per avere anticipi liquidi dalla Caritas perché se no la signora li riscuoterebbe dopo 6 mesi... non trovi?
Concludo peró dicendo che in Italia, alcuni percorsi da te suggeriti sono impraticabili... accesso al lavoro, accesso alla casa... si trattasse solo di guidare le persone, il problema é che non c'é NIENTE. Davvero ringrazio Dio di non essere piú in Italia a fare l'assistente sociale perché, nonostante tutti i bei discorsi di principio che si possano fare, se lavori in Comune ti vedi arrivare 10 situazioni al giorno come questa...


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 Oggetto del messaggio: Re: Cosa fare quando non ci sono risorse??
MessaggioInviato: gio, 04 lug 2013 - 1:44 pm 
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Iscritto il: ven, 10 dic 2010 - 3:22 pm
Messaggi: 59
ma che bella discussione... mi ha stuzzicato una riflessione fuori tema.
Cosa fare quando non ci sono risorse?? un conto è come rispondiamo agli utenti, altra questione invece è come intendiamo le risorse
La crisi ha determinato una forte diminuzione di interventi "bancomat"del servizio sociale, risultato di una mancanza di politica nazionale su temi fondamentali come sostegno alla casa o al reddito.
Quello che secondo me dovrebbe cambiare è che nonostante tutto questo si sappia, le risposte del Servizio Sociale non vanno oltre ma si limitano ad accumulare le stesse domande con l'unico risultato di allungare i tempi di attesa per una casa popolare o per un inserimento lavorativo.
Vorrei che si approfittasse dei tempi di crisi per interrogarci su nuove strategie da mettere in atto,e abbandonare interventi non più sostenibili soprattutto rispetto all'emergere di nuove problematiche.


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